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Foto di copertina
del calendario.

Foto di copertina
del testo.

1. «Per lo gran mar de l'essere» (Dante)

2. «Dans le déroulement infini de sa lame» [nell'infinito svolgersi dell'onda] (Baudelaire)

3. «sorgente ebbra di sole, / dal sole divorata» (Montale)

4. «e ormai nessun'altra /delle terre appariva, ma solo cielo e mare» (Omero)

5. Scogliere rocciose del Gargano

6. Scogli emergenti nelle Isole Tremiti

7. Rudere sulla costiera del Gargano

8. Antica torre d'avvistamento sul Gargano

9. Isole Tremiti. Il porticciolo turistico.

10. Scogliera frangiflutti alla foce del Vomano

11. «O mer, nul ne connaît tes richesses intimes» [Nessuno ha conosciuto, mare, le tue più intime ricchezze] (Baudelaire)

12. «e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa / fra erratiche forze di venti» (Montale)

13. Ponte pedonale alla foce del Pescara

14. Roseto degli Abruzzi. Pontile

15. Porto di Ortona a Mare

16. Rimini. Stabilimento balneare in autunno

17. «Courons à l'onde en rejaillir vivant!» [Corriamo all'onda, a uscirne via vivendo!] (Valéry)

18. Pescara. Particolare di spiaggia attrezzata

19. Pescara. Veduta balneare
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Il mare dei poeti
di Pietro Cataldi
Il terrore del mare
Il più coraggioso navigatore dell’Ottocento, il comandante statunitense Joshua Slocum, scomparso misteriosamente in mare nel 1909, affida al suo diario di bordo (Solo, intorno al mondo) l’incredulità di fronte alla notizia che si stia diffondendo l’abitudine di gettarsi nel mare a puro scopo di diletto (noi diremmo: di fare il bagno dopo aver preso il sole). Pare infatti incredibile a quest’uomo – che per primo ha fatto il giro del mondo in solitario e ha affrontato le tempeste di tutte le latitudini – che qualcuno possa volontariamente immergersi nelle acque infestate da pescecani e da mille altre minacce. E almeno il lettore italiano ricorderà bene come, dovendo rappresentare per il protagonista della Commedia la condizione di massimo pericolo costituita dallo smarrimento nella «selva oscura» del peccato, Dante non trovi nulla di più efficace, lanciando la prima grande similitudine del poema, di un confronto con il pericolo dell’affogamento: «E come quei che con lena affannata/ uscito fuor del pelago a la riva/ si volge a l’acqua perigliosa e guata,/ così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,/ si volse a retro a rimirar lo passo/ che non lasciò già mai persona viva» (Inferno I, vv. 22-27). Se l’incredulità di capitan Slocum fa sorridere i balneanti nostri contemporanei, l’orrore per l’immersione nel mare che ci proviene dalla voce medievale di Dante risulta del tutto incomprensibile senza un adeguato sforzo di storicizzazione.
Il mare fra storia e archetipo
Il mare, dunque, non è sempre lo stesso nel tempo. Non meno di ogni altra cosa, risulta sottoposto alle trasformazioni delle civiltà e delle culture, oltre che alla specificità delle esperienze individuali. Una cosa sarà il mare sempre navigabile (e appunto balneabile) dei paesi mediterranei, e un’altra quello freddo d’estate e ghiacciato d’inverno fino a latitudini almeno un tempo basse dei paesi nordici; e soprattutto una cosa sarà il mare “nostro” e un’altra, ben più selvaggia e misteriosa, il grande oceano cantato dai poeti del Nordeuropa.
Al di là di queste differenze anche importanti, il mare rivela però anche una vitalità di lungo periodo quale archetipo potente e costante. I poeti non possono sfuggire alla specificità della loro collocazione storica, e tuttavia si confrontano spesso anche con una funzione archetipica più stabile che scorre, carsica, lungo il procedere delle epoche e delle civiltà. In questo senso, in ogni evocazione puntuale si coglie una qualche forma di universalità, così che è lecito parlare del mare in generale, pur nella consapevolezza che esistono solo mari particolari. Allo stesso modo, le intense fotografie di Mimmo Jodice riproducono un certo mare particolare, l’Adriatico, ma anche attingono la forza universale del loro soggetto, bloccando il movimento incessante dei suoi flussi e la fuga del tempo che esso suggerisce: mare di oggi e mare del passato, mare delle balneazioni postindustriali e mare delle navigazioni antiche e del terrore primitivo (e del primitivo incanto).
Il mare dei Greci e i caratteri dell’archetipo marino
Le antiche civiltà legate al mare, e per esempio i Greci, spostavano sul mare le loro merci e viaggiavano innanzitutto via mare; e tuttavia il mare appare nella poesia di Omero e dei lirici un luogo colmo di miti sospeso tra esperienza reale e proiezione magica, dimora di divinità e territorio privilegiato di peripezie e di avventure; dimensione dunque quanto mai adatta a contenere prove di iniziazione e confronti per l’identità individuale. Ed è appena il caso di ricordare che l’Odissea narra un lungo confronto del più grande eroe problematico del mondo antico con il viaggio per mare e con le sue insidie (basti l’esempio delle Sirene!). Il mare del poema omerico è quello su cui i mercanti navigavano le acque insidiose del Peloponneso con le loro merci preziose, ma è anche un’altra cosa, prodotta da un confronto del mondo interiore con la realtà naturale e con l’esperienza [1]. E attraverso i secoli il mare resterà sempre anche questo referente della coscienza individuale, quale junghiano luogo dell’indistinto naturale rispetto al quale definire la propria specificità. Il mare è l’origine indifferenziata della vita, l’orizzonte unitario da cui si stacca faticosamente l’individuo singolo con la sua identità personale. Secondo un processo indagato per esempio da Erich Neumann nella Storia delle origini della coscienza, l’io continua a riconoscere nell’indifferenziato naturale, che il mare rappresenta meglio di ogni altro referente, tanto le origini mitiche della propria specificità quanto la più insidiosa minaccia alla sua persistenza; è ciò da cui abbiamo preso forma e ciò che potrebbe divorarci, ciò che ci contiene nel suo abbraccio e ciò che ci ha espulsi di fronte all’audacia delle nostre decisioni di specie: pensare, fino all’autocoscienza. Il mare è la madre a cui fare ritorno con il piacere della regressione, è l’unità degli opposti che salva dai conflitti e dalle contrapposizioni dell’identità individuale; e al tempo stesso è un’insidia alla coscienza quale conquista dell’identità. Questo processo originario può essere riconosciuto negli sviluppi delle civiltà ma anche nel percorso di ciascun individuo nel passaggio dall’infanzia alla vita adulta. Il mare è la grande madre che ci ha contenuti nell’origine: è la felicità di quell’appartenenza senza responsabilità, ed è la condanna a non esistere in quanto individui singoli che quella condizione originaria comportava.
Ulisse
La forza dell’archetipo Ulisse sta anche in questa duplice funzione. Ulisse è l’eroe che si abbandona a Circe e alla seduzione dell’indifferenziato, è l’eroe che sospende il tempo, cioè la funzione fondamentale della coscienza, l’eroe che dimentica i doveri di marito e di padre; ed è però soprattutto l’eroe che infine riconquista la propria identità, compie il viaggio per mare e si reimpossessa della propria identità specifica sbarcando a Itaca e sconfiggendo gli usurpatori per l’abbraccio di Penelope e con Telemaco al fianco.
Dal mare giunge ad Ulisse la punizione per la ùbris mostrata, e non senza una ragione il dio del mare Poseidone è il suo persecutore tanto quanto la dea della sapienza Atena è la sua protettrice: Ulisse porta e rappresenta la civiltà e l’intelligenza, aprendo un conflitto con il misterioso orizzonte dell’indifferenziato naturale. E ben si spiega che allorché quell’indifferenziato sarà stato dichiarato pertinenza del divino, il più grande poeta del Medioevo cristiano potrà condannare Ulisse all’inferno, rilanciando nel mondo moderno la vitalità del mito odissiaco.
La civiltà viaggia sul mare
Da Ulisse a capitan Slocum, la conoscenza e la civiltà viaggiano sul mare, e anche da questo fatto dipende la tendenza a ricorrere al mare come metafora della vita e come immagine del suo percorso. E se la vita universale è definita «mar de l’essere» nel Paradiso di Dante [2], l’allegoria della navigazione diviene un topos fortunatissimo soprattutto dopo Petrarca, che narra la vita e le sue traversie ricorrendo all’immagine di una nave a rischio di naufragare [3].
Lo spirito borghese dei moderni di fronte al mare
Per i moderni propriamente detti, resi maggiorenni dalla ragione illuministica secondo la canonica dichiarazione di Kant, il mare non perde i suoi connotati contraddittori; e si carica anzi all’estremo tanto del fascino magico dell’ignoto quanto dell’intraprendenza borghese. Il mare potrà essere via via il rifugio dalla troppa luce della conoscenza, una dimensione comunque sempre ricca di un margine inesplorabile, oppure l’antagonista del nuovo conflitto eroico dell’uomo che esplora il mondo, sfida i limiti dell’ignoto, accaparra sapere e potere. E quasi negli stessi anni in cui Hölderlin [4], Leopardi [5] e Coleridge [6] deprecano la riduzione del mondo alla «breve carta» delle esplorazioni oceaniche, Goethe, ispirandosi alle audaci dighe olandesi, conclude l’epopea di Faust con la lotta strenua per la conquista del mare: non la sua conoscenza, ma addirittura la sua trasformazione in solida terra coltivabile [7]. Il mare è divenuto una ricchezza da colonizzare almeno tanto quanto un mistero da perlustrare. E se per il più perfetto interprete dello spirito borghese di iniziativa individuale, il Robinson di Defoe, il mare e l’isolamento che il naufragio su un isola deserta impongono costituiscono la prova della propria efficienza, per scrittori più problematici come Melville e Conrad il mare ospita conflitti più complessi e ambigui. Sul mare si aggirano con capitan Achab e con il giovane comandante della Linea d’ombra due inquietudini esistenziali bisognose di sfide e di prove: per entrare a occhi aperti nella zona buia del nulla o per varcare la soglia che separa dalla vita e dal diritto a soggiornarci con adeguata consapevolezza. In ogni caso il mare, ancora in piena stagione positivistica e tecnologica, resterà una prima natura capace di attivare verifiche esistenziali di lungo periodo.
Il mare specchio dell’uomo libero
Per l’eroe borghese, dunque, il mare è l’occasione di una lotta contro l’ostilità misteriosa della materia non redenta dalla civiltà (come la balena Moby Dick insegna); e tuttavia da questa lotta può anche esprimersi una suggestiva identità: il mare, implacabile nemico dell’uomo, può essere proclamato fratello del suo mistero e specchio della sua libertà. È l’affermazione gridata da Baudelaire in uno dei suoi componimenti più fortunati: «Homme libre, toujours tu quériras la mer» [8]. Era la parola d’ordine che la poesia europea aspettava, negli anni in cui alla suggestione della navigazione marina Wagner aveva affidato il confronto a distanza e il colpo di fulmine fra Tristan e Isolde nel primo atto della più grande epopea d’amore dell’arte moderna [9]. Ed ecco che il mare dilagava nella poesia francese di marca simbolista e postsimbolista. Poteva divenire l’orizzonte esotico di liberazione dall’angoscia della civiltà, come in Mallarmé [10] e in Rimbaud [11], oppure la figura audace della sfida alle regole sociali, come in Lautréamont [12]; in ogni caso trasmettendosi al classicismo moderno di Paul Valéry, che al mare ha dedicato il suo testo più fortunato, Le cimitière marin [13].
In bilico fra queste diverse opzioni stanno tanto l’attualizzazione tragica dei miti equorei operata da Thomas S. Eliot nella Terra desolata quanto l’allegorizzazione che il giovane Montale costruì sulle rive liguri per il suo primo libro; mentre un carattere più sensibile al fascino del mistero mitico mostra il panismo alcionio di D’Annunzio [14].
Eliot: il terrore della morte per acqua
Alla «Morte per acqua» Eliot dedica la quarta parte della Terra desolata, affidando alla figura di Fleba il fenicio tanto la funzione di rappresentare l’ineluttabile succedersi delle vite, senza alcuna speranza di redenzione, quanto la possibilità di conseguire con la morte una misteriosa purificazione. In ogni caso la morte per acqua è l’emblema della umana fragilità, e l’incarnazione ancora attuale del terrore antico di fronte alla natura [15].
Il caso emblematico di Montale
Il caso di Montale meglio di ogni altro mostra le possibilità concesse a un luogo naturale di divenire, saturato di molteplici umori culturali, l’emblema di una condizione al tempo stesso psicologica e storica. Secondo la seducente lettura di Fortini, la costa ligure della sua origine biografica e delle sue frequentazioni giovanili avrebbe addirittura esercitato su Montale una funzione di tipo ideologico, risarcendo la formazione idealistica dell’autore con un solido richiamo ai tratti etici e tragici della geografia impervia delle Cinque Terre. Leggiamo questo fulminante cortocircuito: «Gli archetipi della poesia di Montale sono nei più severi paesaggi della costa ligure; scoglio e mare, dunque ascesi e tenacia. L’uomo può aver amato sempre gli aromi dell’umanesimo alto borghese; ma il poeta ha corretto la propria formazione intellettuale, di origini spiritualistiche e positivistiche e scarsa del senso della storia, con la lezione della sua giovanile geografia: astensione, riserbo, separazione».
La costa ligure disegna in effetti un confronto drammatico e quasi violento fra acqua e terra, con gli scoscendimenti rapidi e l’affannosa lotta secolare per strappare all’abbraccio marino, fascinoso ma anche distruttivo, i piccoli terrazzamenti destinati alla coltivazione: una geografia che ben si prestava a farsi emblema di una tensione e di un conflitto interiori e al tempo stesso storici e culturali.
E negli Ossi di seppia il mare, originale deuteragonista del libro, impone la «legge rischiosa» di una sfida esistenziale e culturale. Da una parte infatti, soprattutto nei testi più giovanili, il mare raffigura l’indistinto naturale e il piacere di dissolversi in esso: partecipare alla natura marina vuol dire non aver bisogno di un’identità individuale, di un nome, e godere dell’appartenenza aproblematica e innocente (originaria) al tutto indifferenziato [16]; vuol dire, dal punto di vista culturale, far ancora parte di una tradizione che riconosce in ogni particolare, in ogni dettaglio, il valore dell’universale, come fa D’Annunzio nell’Alcyone e come aveva insegnato la grande tradizione del simbolismo europeo. Questa appartenenza alla legge del mare corrisponde all’infanzia dell’individuo, con la sua felicità precosciente, e corrisponde all’estremo tentativo di sfidare le coordinate della modernità: isolamento, alienazione, reificazione [17].
D’altra parte, però, il mare diviene progressivamente l’ostacolo alla realizzazione dell’io una volta che questi avverta la necessità di una identità individuale: il mare si rivela allora una minaccia per il soggetto, che si identifica con l’agave sullo scoglio e con una margherita spuntata sul ciglio di un clivo precipite sulle acque, come loro sottoposto all’aggressione tragica delle tempeste e al rischio della dissoluzione. Mentre nei testi più antichi degli Ossi l’intimità con l’orizzonte marino è tutt’uno con la felicità dell’infanzia e con la fiducia nel valore illuminante della poesia, nei testi più maturi, e indubbiamente più originali e potenti, si determina uno scontro: il mare è ora l’antagonista tragico dell’identità individuale, il limite invalicabile della sua solitudine, lo scenario desolato di una sfida di senso priva di garanzie [18 e 19]. Avere un nome non era necessario sulle «sponde felici» della giovinezza; non è possibile, dolorosamente, dopo la «fine dell’infanzia».
Cambia così anche il significato dell’emblema che dà il titolo al libro: se l’osso di seppia è dapprima un’immagine di felice abbandono all’indifferenziato marino, diviene poi una figura di inappartenenza e di deiezione; anziché galleggiare felicemente tra i flutti, l’osso di seppia viene espulso sulla riva e rifiutato dal mare. Montale, che voleva a un certo punto intitolare Rottami il suo primo libro, diviene così il poeta che canta la condizione di scarto (di outcast, come egli stesso scrive) che caratterizza i moderni, e in nessun altro luogo questa condizione è altrettanto ben raffigurata quanto nel confine fra terra e mare della costa ligure, dove la condizione della terra, infine eletta quale equivalente della vita adulta e perfino della scelta etica, è di continuo aggredita dalle onde, come se il mare volesse sempre riprendere e annullare le vite che si sono sottratte alla sua «legge severa», che cioè hanno osato la sfida dell’identità individuale, uscendo dall’indifferenziato naturale. Quel mare che le ha escluse da sé per l’impurità della loro scelta, sempre vuole riprenderle per annullarle e riconfonderle nel tutto senza nome e senza coscienza.
Il divorzio fra natura e civiltà
Il conflitto narrato negli Ossi di seppia appare dunque emblematico di una strozzatura della civiltà moderna: perduto il contatto rassicurante con la prima natura, morte cioè le leopardiane «favole antiche» che davano un senso (mitico) al mondo, l’umanità si dibatte nell’alternativa di regredire emotivamente a una condizione comunque inautentica di relazione con la realtà naturale e con il senso della vita, o di assumere coraggiosamente fino in fondo il rischio della civilizzazione e della coscienza, soffrendo però in questo caso la condanna all’esilio che la seconda natura ci infligge, scontando cioè tragicamente l’impossibilità di riconoscere la propria identità nella natura e l’onere di azzardare la sfida del significato in assenza di verifiche e di garanzie esterne. Come per il «pastore errante» di Leopardi, da una parte sta la natura e dall’altra sta il possibile significato della nostra vita: i due orizzonti non comunicano più, le cose e le parole si sono separate, il mondo e il pensiero si fissano senza riconoscersi.
In questa condizione che caratterizza così larga parte della cultura dell’ultimo secolo, e dunque anche la sua poesia, il mare continua a essere un ingrediente privilegiato di ogni tormentosa interrogazione: talvolta per riscoprirvi possibilità di pienezza e di abbandono, rimosse le coordinate storiche della propria pronuncia in nome di presunti privilegi oracolari; talaltra per replicare l’investigazione della impasse filosofica dei moderni, che vedono ricadere il peso delle loro domande su chi le pronuncia, senza alcuna illuminazione da parte della realtà esterna, e men che mai da quella naturale.
Si dissolve così il secolare rapporto di scambio e di intesa fra interiorità e paesaggio, evidente già nel Canzoniere di Petrarca, che fissa l’equivalenza fra pensieri e natura circostante («Di pensier in pensier, di monte in monte…»), e poi rilanciata alle soglie della modernità dall’attenzione preromantica e romantica al paesaggio stato d’animo: una prospettiva alla quale se non altro Rousseau educa più di una generazione, e che in Italia produce tanto l’abbandono religioso di Renzo che al termine di una angosciata fuga notturna riconosce la voce dell’Adda, quanto gli idilli del giovane Leopardi; ma che poi Manzoni avrà modo di revocare in dubbio al cospetto della vigna di Renzo devastata dall’abbandono e Leopardi di fronteggiare con la sfida del «giardino» traguardato quale emblema della sofferenza e con mille altre occasioni di attrito fra l’interiorità e il mondo naturale.
Il mare e il continente dell’interiorità
Anche la vicenda della relazione dei poeti con il mare si sposa così alla questione capitale dell’interiorità: un continente che i moderni hanno esplorato, e quasi costruito, in modi del tutto nuovi rispetto agli antichi, e non solo per le prospettive aperte dalla rivoluzione freudiana. Dove le condizioni date all’esistenza degli individui divengono, per la pressione dell’industrializzazione e dei fenomeni omologanti che la accompagnano, via via meno favorevoli alla cura della specificità individuale, fino alla catena di montaggio, ecco che si esprime una potente reazione volta a valorizzare la ricchezza interiore e l’originalità del soggetto. E il mare resiste, a partire dai romantici e fino al Novecento e oltre, quale interlocutore privilegiato di questa sfida: in quanto universale della natura più di ogni altro disponibile a essere semantizzato in modi problematici (come l’esempio di Montale dimostra), in quanto referente complesso e ricco di variabili, mutevole e misterioso, renitente a ogni addomesticamento. Se il tardo capitalismo si caratterizza, a giudizio del suo più autorevole analista, lo statunitense Fredric Jameson, per la colonizzazione del continente verde e dell’inconscio, il mare può balenare perfino all’interno della cultura postmoderna quale eccezione non veramente mai del tutto colonizzabile (chi può perlustrare e dominare gli abissi oceanici?) e, anche per questo, quale metafora di una possibile libertà interiore dell’individuo.
Un esempio: Fortini e l’inganno del mare celeste
Certo, i poeti più importanti e consapevoli di questa fase a noi così vicina sanno calare anche sul mare le tematiche ecologiche, sfuggendo alla tentazione regressiva e neoromantica di una fiducia nella inviolabile purezza delle distese marine. E in uno dei testi più alti della sua fase ultima vediamo Franco Fortini costruire la tensione tra apparenza regressiva e verità conosciuta proprio nella visione doppia del mare, dapprima idillicamente immacolata e subito dopo, con la forza di una negazione tragica che recide adialetticamente quella immagine, negandola e negando tutto ciò che quella immagine porta con sé di illusione orfica e di autoinganno consolatorio; negando cioè, insieme a quell’immagine incantata del mare, l’incanto ingannevole della bellezza e infine della poesia stessa: «Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele./ E non è vero» [20]. La morsa del ritmo settenario (abbiamo qui un alessandrino e un settenario) tiene insieme il massimo cedimento alle lusinghe rassicuranti del paesaggio e la sua smentita radicale. Il canto armonioso nasconde la ferita della contraddizione: sappiamo infatti quanto fragile sia il potere di ogni negazione, e come negare implichi sempre un raddoppiamento del senso e non certo una sua unificazione. «E non è vero» non può comunque annullare l’incanto del mare celeste e delle vele lietissime; ma piuttosto questi persistono, con la loro promessa di felicità, accanto alla dichiarazione di non verità: vero ciò che si nega e vera la negazione. Il significato non sta nel processo logico che prima costruisce l’immagine e poi la sottrae con la negazione, non è dialetticamente redento; ma sta nella combinazione inquietante di questo esserci/non esserci, o perfino di questo esistere come cosa non vera (un assurdo logico).
Questo mare celeste e queste lietissime vele sono dunque infine lo stesso che la poesia, quale essa si è concessa ai moderni, e quale appare replicata nell’incanto se non altro metrico di questo passaggio emblematico: un procedimento costretto alla condanna della forma, cioè della bellezza e dunque della redenzione estetica; e tuttavia un procedimento irto di contraddizioni e costruito su un inganno: la cosa stessa di cui si parla, la lingua stessa che la canta, non esistono. Di fronte al primo lampeggiare di questa condizione, mentre Hegel proclamava la morte dell’arte, Leopardi rivendicò in Alla sua donna il diritto di dedicare versi a una donna che non esiste, di cantare un amore che non c’è nella realtà; congedandosi così per alcuni anni, con una poesia scritta dopo la morte della poesia, dalla scrittura in versi.
Un altro esempio: Pagliarani e l’appassirsi del mare
La linea di frattura fra mare celeste e negazione non ha in Fortini una connotazione ecologica, anche se questo aspetto agisce nel fondo della negazione; e d’altra parte il rischio ambientale è un altro aspetto della tragica ambivalenza della civiltà alla quale alludeva per esempio Adorno negando che dopo Auschwitz fosse ancora possibile scrivere poesia.
Più marcatamente segnata dal terrore del disastro ambientale è una grande poesia sul mare del romagnolo Elio Pagliarani, che in piena dissoluzione tardoindustriale dei lavori tradizionali, inclusa la pesca, rappresenta la relazione con l’universo marino anche in termini di lavoro e di concretezza sociale [21]. La lotta di un piccolo gruppo di pescatori per raggranellare, negli anni del miracolo economico, di che sopravvivere si colora di tratti latamente politici e al tempo stesso intensamente esistenziali: il mare appare dapprima il contenitore rassicurante, nonostante tutto, della umana fatica della vita («non ha senso pensare che si appassisca il mare»), e poi invece, traendo questa volta una conclusione ben più congrua rispetto alla verità dei dati in gioco, anche il mare si rivela suscettibile di estinzione («e invece ha senso pensare che si appassisca il mare»: uno dei versi più sconfortati e intensi della lirica contemporanea).
Ecco, questa vicenda per ora finisce così, con l’ansioso terrore che il dialogo fra mare e umanità possa interrompersi o per l’incapacità nostra di ascoltare e vedere ancora il paesaggio naturale che contiene il nostro destino, o per il dissolversi catastrofico del mare stesso sotto i colpi della nostra scarsa cura o per il rivolgersi dei movimenti naturali. E su questo crinale colmo di presagi spesso funerei e quasi sempre accecati, lo sguardo che viene da lontano, al tempo stesso riepilogativo e audace, che gli scatti di Mimmo Jodice ci consegnano può costituire un portafortuna e un impegno. E un invito a guardare di nuovo, senza ingenuità ma anche con fiducia.
[1]Omero
dall’Odissea (libro XII, vv. 397-446; traduz. di Rosa Calzecchi Onesti)
Sei giorni allora i miei fedeli compagni
banchettarono, uccise le vacche più belle del Sole.
Quando il settimo giorno mandò Zeus Cronide,
il Noto finì di soffiare con raffiche,
e noi sulla nave in fretta salendo, navigavamo pel mare infinito,
piantato l'albero e issate le vele bianche;
ma appena l'isola avevamo lasciata, e ormai nessun'altra
delle terre appariva, ma solo cielo e mare,
ecco livido nembo distese il Cronide
sopra la concava nave, s'abbuiò sotto il mare:
la nave correva, ma non fu per molto: venne improvviso
Zefiro urlando, soffiando con raffica grande,
stroncò le drizze dell'albero la bufera del vento,
l'una e l'altra: l'albero cadde indietro, tutti i paranchi
s'afflosciarono nella stiva; l'albero, a poppa cadendo,
colpì il pilota alla testa, gli spezzò tutte l'ossa
della testa d'un colpo: un tuffatore parendo,
precipitò dal ponte: lasciò l'ossa l'animo altero.
E Zeus tutt'insieme tuonò e scagliò sulla nave la folgore:
tutta girò su se stessa, colpita da Zeus con la folgore
e fu piena di fumo sulfureo: caddero fuori i compagni,
e come cornacchie in giro alla nave nera
furon preda dell'onda; il dio negò loro il ritorno!
lo ancora andavo su e giù per la nave, finché il fasciame
staccò dalla chiglia un'ondata: nuda se la portava via il flutto;
poi gettò l'albero a urtare contro la chiglia; e dall'albero
pendeva ancora la sartia di poppa, fatta di cuoio di bue;
con essa li strinsi insieme, albero e chiglia,
e seduto Su quelli erravo in preda ai venti funesti.
E a un tratto Zefiro smise di soffiare con raffiche,
e venne subito il Noto, portando angosce al mio cuore,
perché ancora indietro verso la rovinosa Cariddi tornassi.
Tutta la notte fui trascinato, e al levarsi del sole
giunsi allo Scoglio di Scilla e all'atroce Cariddi.
Questa rumoreggiando ingoiava l'acqua salsa del mare;
ma io verso l'altissimo fico presi lo slancio
e là stetti attaccato, come una nottola, perché non potevo
né puntellarmi saldo coi piedi, né arrampicarmi su in cima:
le radici lontane e altissimi erano i rami,
lunghi e grossi, e ombreggiavan Cariddi.
Così senza lasciar la presa, mi tenni, finché vomitò fuori ancora
albero e chiglia; li sospiravo, e finalmente tornarono
fuori; nell'ora che per la cena dalla piazza si toglie
chi dirime le molte liti dei contendenti,
ecco che i legni fuori da Cariddi riapparvero.
E io staccai mani e piedi per cadere là sopra,
e in mezzo, fra le lunghe assi precipitai, con fragore;
seduto su quelle, remai con le mani.
Scilla non volle il padre dei numi e degli uomini
che mi vedesse; non scampavo, se no, l'abisso di morte.
[2] Dante Alighieri (1265-1321)
dal Paradiso (canto I, vv. 109-114)
Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;
onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.
[3] Francesco Petrarca (1304-1374)
«PASSA LA NAVE MIA » (dal Canzoniere)
Passa la nave mia colma d'oblio
per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla et Caribdi; et al governo
siede 'l signore, anzi 'l nimico mio.
A ciascun remo un penser pronto et rio
che la tempesta e 'l fin par ch'abbi a scherno;
la vela rompe un vento humido eterno
di sospir', di speranze, et di desio.
Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
bagna et rallenta le già stanche sarte,
che son d'error con ignorantia attorto.
Celansi i duo mei dolci usati segni;
morta fra l'onde è la ragion et l'arte,
tal ch'incomincio a desperar del porto.
[4] Friedrich Hölderlin (1770-1843)
da ANDENKEN (vv. 37-59)
Wo aber sind die Freunde? Bellarmin
Mit dem Gefährten? Mancher
Trägt Scheue, an die Quelle zu gehn;
Es beginnet nämlich der Reichtum
Im Meere. Sie,
Wie Maler, bringen zusammen
Das Schöne der Erd' und verschmähn
Den geflügelten Krieg nicht, und
Zu wohnen einsam, jahrelang, unter
Dem entlaubten Mast, wo nicht die Nacht durchglänzen
Die Feiertage der Stadt,
Und Saitenspiel und eingeborener Tanz nicht.
Nun aber sind zu Indiern
Die Männer gegangen,
Dort an der luftigen Spitz'
An Traubenbergen, wo herab
Die Dordogne kommt,
Und zusammen mit der prächtigen
Garonne meerbreit
Ausgehet der Strom. Es nehmet aber
Und gibt Gedächtnis die See,
Und die Lieb' auch heftet fleißig die Augen,
Was bleibet aber, stiften die Dichter.
Friedrich Hölderlin
da RIMEMBRANZA (traduzione di Luigi Reitani)
Ma dove sono gli amici? Bellarmin
Con il compagno? Molti
Hanno timore di andare alla sorgente;
inizia infatti nel mare
la ricchezza. Loro,
come pittori, mettono insieme
la bellezza della terra e la guerra alata
non disprezzano, e
vivere soli, per anni, sotto
lo spoglio albero maestro, dove la notte non rischiarano
i giorni di festa della città,
e non la cetra e non la danza nativa.
Ma dagli indiani ora sono
Andati gli uomini,
là, in riva alla punta ariosa,
si vigneti sui monti, dai quali
scende la Dordogne,
e insieme con la sfarzosa
Garonne vasto come il mare
Sfocia il fiume. Ma prende
E dà memoria il mare,
e l’amore, è vero, fissa assiduo gli occhi,
ma ciò che resta è un dono dei poeti.
[5] Giacomo Leopardi (1798-1837)
da AD ANGELO MAI quand’ebbe trovato i libri di Cicerone
della «Repubblica» (dai Canti, vv. 76-90)
Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,
Ligure ardita prole,
Quand’oltre alle colonne, ed oltre ai liti
Cui strider l’onde all’attuffar del sole
Parve udir su la sera, agl’infiniti
Flutti commesso, ritrovasti il raggio
Del Sol caduto, e il giorno
Che nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo;
E rotto di natura ogni contrasto,
Ignota immensa terra al tuo viaggio
Fu gloria, e del ritorno
Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
L’etra sonante e l’alma terra e il mare
Al fanciullin, che non al saggio, appare.
[6] Samuel Taylor Coleridge (1772-1845)
da THE RIME OF THE ANCIENT MARINER (parte I)
It is an ancient Mariner,
And he stoppeth one of three.
«By thy long grey beard and glittering eye,
Now wherefore stoppest thou me?
The Bridegroom's doors are opened wide,
And I am next of kin;
The guests are met, the feast is set:
May'st hear the merry din».
He holds him with his skinny hand,
«There was a ship», quoth he.
«Hold off! unhand me, grey-beard loon!»
Eftsoons his hand dropt he.
He holds him with his glittering eye
The Wedding-Guest stood still,
And listens like a three years child:
The Mariner hath his will.
The Wedding-Guest sat on a stone:
He cannot choose but hear;
And thus spake on that ancient man,
The bright-eyed Mariner.
«The ship was cheered, the harbour cleared,
Merrily did we drop
Below the kirk, below the hill,
Below the light-house top.
The Sun came up upon the left,
Out of the sea came he!
And he shone bright, and on the right
Went down into the sea.
Higher and higher every day,
Till over the mast at noon».
The Wedding-Guest here beat his breast,
For he heard the loud bassoon.
The bride hath paced into the hall,
Red as a rose is she;
Nodding their heads before her goes
The merry minstrelsy.
The Wedding-Guest he beat his breast,
Yet he cannot choose but hear;
And thus spake on that ancient man,
The bright-eyed Mariner.
«And now the STORM-BLAST came, and he
Was tyrannous and strong:
He struck with his o'ertaking wings,
And chased south along.
With sloping masts and dipping prow,
As who pursued with yell and blow
Still treads the shadow of his foe
And forward bends his head,
The ship drove fast, loud roared the blast,
And southward aye we fled.
And now there came both mist and snow,
And it grew wondrous cold:
And ice, mast-high, came floating by,
As green as emerald.
And through the drifts the snowy clifts
Did send a dismal sheen:
Nor shapes of men nor beasts we ken
The ice was all between.
The ice was here, the ice was there,
The ice was all around:
It cracked and growled, and roared and howled,
Like noises in a swound!
At length did cross an Albatross:
Thorough the fog it came;
As if it had been a Christian soul,
We hailed it in God's name.
It ate the food it ne'er had eat,
And round and round it flew.
The ice did split with a thunder-fit;
The helmsman steered us through!
And a good south wind sprung up behind;
The Albatross did follow,
And every day, for food or play,
Came to the mariners' hollo!
In mist or cloud, on mast or shroud,
It perched for vespers nine;
Whiles all the night, through fog-smoke white,
Glimmered the white Moon-shine».
«God save thee, ancient Mariner!
From the fiends, that plague thee thus!
Why look'st thou so?» – «With my cross-bow
I shot the Albatross».
Samuel Taylor Coleridge
da LA BALLATA DEL VECCHIO MARINAIO
(traduzione di Nino Andreotti)
È un vecchio marinaio che a un tratto ferma
uno dei tre che a nozze è convitato.
«Per la tua barba grigia e gli occhi ardenti,
per qual motivo tu ora mi fermi?
Le porte dello sposo sono aperte,
e il più stretto parente sono io;
ci son gli ospiti già, la festa ha luogo,
tu puoi sentire l’allegro frastuono».
Egli l’afferra con la scarna mano,
«C’era una nave» cominciò a parlare.
«Lasciami, vecchio dalla barba grigia!
Giù la mano!» Ed egli, immantinente,
fece cadere la sua mano scarna.
Ma coi suoi occhi ardenti egli lo blocca.
Il convitato restò fermo e muto,
e come un bimbo di tre anni, ascolta.
Ora il marinaio di lui è padrone.
Sedette su una pietra il convitato,
egli non può far altro che ascoltare;
così parlò , allora, il vecchio uomo,
il marinaio dagli occhi sfavillanti.
«La nave, salutata, uscia dal porto,
ci spostavam sull’acqua allegramente
sotto la chiesa, il colle e sotto il faro.
Il sole si levò sulla sinistra,
spuntò dal mare, il sole! E luminoso
brillò, e a destra, in mar poi si tuffò.
Alto, sempre più alto, tutti i giorni,
fino a raggiunger l’albero maestro,
sulla parte più alta, a mezzogiorno…»
Il convitato, qui, si batte il petto
perché sentì suonare alto il fagotto.
Ecco la sposa è entrata nel salone,
ella appare vermiglia come rosa;
la precedono i musici festosi
muovendo il capo con allegri gesti.
Il convitato qui si batte il petto.
E, ancor, non può far altro che ascoltare.
Così parlò il vecchio uomo di mare,
il marinaio dagli occhi sfavillanti:
«Ed ecco, la tempesta sopraggiunse.
Tremenda, furiosa essa appariva.
Ci colpì con le sue ali potenti
e lungo tutto il sud noi fummo spinti.
Con gli alberi inclinati e prora immersa,
come chi, se inseguito con minacce,
va dietro ancor all’orma del nemico
in avanti proteso e a capo chino,
veloce andava per il mar la nave,
forte urlava e ruggiva la tempesta,
sempre più a sud noi c’inoltravamo.
Ed ecco, venne giù e nebbia e neve
e ciò produsse un freddo prodigioso:
blocchi di neve, come l’albero alti,
come verdi smeraldi galleggiavano.
E tra quei blocchi, i nevosi crepacci,
mandavano a noi tristi bagliori:
né ombra d’uomo, né di bestia c’era,
ma solo ghiaccio, tutto il mare ghiaccio.
Il ghiaccio era qua, là e tutt’intorno.
Si spaccava, ringhiava e poi gemeva
come quando chi sviene si lamenta.
E finalmente un albatro passò.
Attraverso la nebbia venne a noi,
accolto come un’anima cristiana,
nel nome del Signor lo salutammo.
Mangiò cibo giammai prima mangiato,
e molte volte intorno a noi volò.
Il ghiaccio si spaccò con gran rumore;
il timoniere ci guidò tra i blocchi.
Ed un buon vento che venïa da sud,
soffiò da dietro e l’albatro seguiva,
ed ogni giorno, per cibo o per gioco,
richiamato da noi, veniva a bordo.
Con nuvole o foschie, per nove sere,
sulla sàrtia o sull’albero sostava;
e nella notte, il baglior della luna
tra la nebbia fumosa luccicava.
«Che Dio ti salvi, vecchio marinaio,
dai dèmoni che tanto ti tormentano!
Perché guardi così?» – «Con la balestra
quell’albatro ho trafitto ed ammazzato».
[7] Johann Wolgang Goethe (1749-1832)
da Faust (II, a. 5)
FAUST
Wie das Geklirr der Spaten mich ergötzt!
Es ist die Menge, die mir frönet,
Die Erde mit sich selbst versöhnet,
Den Wellen ihre Grenze setzt,
Das Meet mit strengem Band umzieht.
MEPHISTOPHELES beiseite
Du bist doch nur für uns bemüht
Mit deinen Dämmen, deinen Buhnen;
Denn du bereitest schon Neptunen,
Dem Wasserteufel, grossen Schmaus.
In jeder Art seid ihr verloren:
Die Elemente sind mit uns verschworen,
Und auf Vernichtung läufts hinaus.
[…]
FAUST
[…]
Grün das Gefilde, fruchtbar! Mensch und Herde
Sogleich behaglich auf der neusten Erde,
Gleich angesiedelt an des Hügels Kraft,
Den aufgewälzt kühn-emsige Völkerschaft!
Im Innern hier ein paradiesisch Land:
Da rase draussen Flut bis auf zum Rand!
Und wie sie nascht, gewaltsam einzuschliessen,
Gemeindrang eilt, die Lücke zu verschliessen.
Ja! diesem Sinne bin ich ganz ergeben,
Das ist der Weisheit letzter Schluss:
Nur der verdient sich Freiheit wie das Leben,
Der täglich sie erobern muss!
Johann Wolfgang Goethe
da Faust (traduzione di Franco Fortini)
FAUST
Lo stridio delle vanghe, quanto mi fa piacere!
È la gente che mi serve,
che la terra riconcilia con se stessa,
che pone confini alle onde,
che serra il mare con dure barriere.
MEFISTOFELE a parte
Ma con le tue dighe, con i tuoi moli
ti affatichi soltanto per noi
e a Nettuno, demonio del mare,
stai preparando gran festino.
Comunque vada siete perduti…
Gli elementi congiurano con noi,
e tutto corre ad annientarsi.
[…]
FAUST
[…]
Verdi campi, fecondi! Uomini e armenti
subito accolti dalla terra appena emersa
avranno sede subito sotto il colle potente
che avrà eretto una gente audace e laboriosa.
Qui, all’interno, un paese di paradiso;
là, fuori, l’onda fino al limite;
e quando eroda a irrompere violenta,
corra unanime un impeto a colmare la breccia.
Sì, mi sono dato tutto a questa idea,
qui la sapienza suprema conclude:
la libertà come la vita
si merita soltanto chi ogni giorno
la dovrà conquistare.
[8] Charles Baudelaire (1821-1867)
L’HOMME ET LA MER (da Les fleurs du mal)
Homme libre, toujours tu chériras la mer!
La mer est ton miroir; tu contemples ton âme
Dans le déroulement infini de sa lame,
Et ton esprit n'est pas un gouffre moins amer.
Tu te plais à plonger au sein de ton image;
Tu l'embrasses des yeux et des bras, et ton coeur
Se distrait quelquefois de sa propre rumeur
Au bruit de cette plainte indomptable et sauvage.
Vous êtes tous les deux ténébreux et discrets:
Homme, nul n'a sondé le fond de tes abîmes;
O mer, nul ne connaît tes richesses intimes,
Tant vous êtes jaloux de garder vos secrets!
Et cependant voilà des siècles innombrables
Que vous vous combattez sans pitié ni remord,
Tellement vous aimez le carnage et la mort,
O lutteurs éternels, ô frères implacables!
Charles Baudelaire
L’UOMO E IL MARE
(da I fiori del male, traduzione di Luigi de Nardis)
Sempre il mare, uomo libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell'infinito svolgersi dell'onda
l'anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l'abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal tuo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d'ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!
[9] Richard Wagner (1813-1883)
(da Tristan und Isolde, atto I; 1857-1865)
Erwache mir wieder,
kühne Gewalt;
herauf aus dem Busen,
wo du dich bargst!
Hört meinen Willen,
zagende Winde!
Heran zu Kampf
und Wettergetös'!
Zu tobender Stürme
wütendem Wirbel!
Treibt aus dem Schlaf
dies träumende Meer,
weckt aus dem Grund
seine grollende Gier!
Zeigt ihm die Beute,
die ich ihm biete!
Zerschlag es dies trotzige Schiff,
des zerschellten Trümmer verschling's!
Und was auf ihm lebt,
den wehenden Atem,
den lass' ich euch Winden zum Lohn!
Richard Wagner
da Tristano e Isotta (traduzione di Franco Serpa)
Dèstati ancora a me,
strenuo potere;
sorgi dal cuore,
dove ti occulti!
Udite il mio volere,
vènti esitanti!
Qui a me, a battaglia
e a tonante tempesta!
A vortice furioso
di sfrenati uragani!
Cacciate dal suo sonno
questo mare sognante,
svegliatene dal fondo
a latrante ingordigia!
Mostrategli la preda
che gli prometto!
Stritoli la tracotante nave,
dell’infranta i rottami divori!
E ciò che qui vive,
l’alitante respiro,
a voi lo lascio, venti, in premio!
[10] Stephane Mallarmé (1841-1898)
BRISE MARINE (da Poésies)
La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.
Fuir! là-bas fuir! Je sens que des oiseaux sont ivres
D’être parmi l’écume inconnue et les cieux!
Rien, ni les vieux jardins reflétés par les yeux
Ne retiendra ce cœur qui dans la mer se trempe
Ô nuits! ni la clarté déserte de ma lampe
Sur le vide papier que la blancheur défend,
Et ni la jeune femme allaitant son enfant.
Je partirai! Steamer balançant ta mâture,
Lève l’ancre pour une exotique nature!
Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,
Croit encore à l’adieu suprême des mouchoirs!
Et, peut-être, les mâts, invitant les orages
Sont-ils de ceux qu’un vent penche sur les naufrages
Perdus, sans mâts, sans mâts, ni fertiles îlots…
Mais, ô mon cœur, entends le chant des matelots!
Stéphane Mallarmé
BREZZA MARINA (traduzione di Massimo Grillandi)
La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri.
Fuggire! Laggiù fuggire! Sento gli uccelli ebbri
di essere tra la schiuma ignota e i cieli!
Niente, né gli antichi giardini riflessi dagli occhi
terrà questo cuore che nel mare si immerge
o notti! né il chiarore deserto della mia lampada
sul foglio vuoto, che il candore difende,
e né la giovane donna che allatta il suo bambino.
Partirò! Vascello che dondoli l'alberatura,
leva l'ancora per un esotico paese!
Una Noia, dolente da speranze crudeli,
crede ancora all'addio supremo dei fazzoletti!
E, può darsi, gli alberi che attirano i temporali
sono quelli che un vento inclina sui naufragi
sperduti, senza alberi, senza alberi, né verdi isolotti...
Ma ascolta, cuore mio, il canto dei marinai!
[11] Arthur Rimbaud (1854-1891)
da LE BATEAU IVRE (vv. 13-36 e 85-100)
La tempête a béni mes éveils maritimes.
Plus léger qu’un bouchon j’ai dansé sur les flots
Qu’on appelle rouleurs éternels de victimes,
Dix nuits, sans regretter l’œil niais des falots!
Plus douce qu’aux enfants la chair des pommes sures,
L’eau verte pénétra ma coque de sapin
Et des taches de vins bleus et des vomissures
Me lava, dispersant gouvernail et grappin.
Et dès lors, je me suis baigné dans le Poème
De la Mer, infusé d’astres, et lactescent,
Dévorant les azurs verts; où, flottaison blême
Et ravie, un noyé pensif parfois descend;
Où, teignant tout à coup les bleuités, délires
Et rythmes lents sous les rutilements du jour,
Plus fortes que l’alcool, plus vastes que nos lyres,
Fermentent les rousseurs amères de l’amour!
Je sais les cieux crevant en éclairs, et les trombes
Et les ressacs, et les courants : je sais le soir,
L’Aube exaltée ainsi qu’un peuple de colombes,
Et j’ai vu quelquefois ce que l’homme a cru voir!
J’ai vu le soleil bas, taché d’horreurs mystiques,
Illuminant de longs figements violets,
Pareils à des acteurs de drames très antiques
Les flots roulant au loin leurs frissons de volets!
[…]
J’ai vu des archipels sidéraux! et des îles
Dont les cieux délirants sont ouverts au vogueur :
— Est-ce en ces nuits sans fonds que tu dors et t’exiles,
Million d’oiseaux d’or, ô future Vigueur?
Mais, vrai, j’ai trop pleuré! Les Aubes sont navrantes.
Toute lune est atroce et tout soleil amer:
L’âcre amour m’a gonflé de torpeurs enivrantes.
Ô que ma quille éclate! Ô que j’aille à la mer!
Si je désire une eau d’Europe, c’est la flache
Noire et froide où vers le crépuscule embaumé
Un enfant accroupi, plein de tristesse, lâche
Un bateau frêle comme un papillon de mai.
Je ne puis plus, baigné de vos langueurs, ô lames,
Enlever leur sillage aux porteurs de cotons,
Ni traverser l’orgueil des drapeaux et des flammes,
Ni nager sous les yeux horribles des pontons.
Arthur Rimbaud
da IL BATTELLO EBBRO (traduzione di Gian Piero Bona)
La tempesta segnò i miei risvegli marini.
Dieci notti, indifferente all’occhio annidato
dei fari, sopra i flutti, gli eterni arrotini
di vittime, più lieve di un sughero ho danzato!
Dolce più che la carne dei pomi ai bambini,
la verde acqua penetrò il mio scafo di pino
e mi lavò, sperdendo il timone e il grappino,
dai vòmiti e dalle macchie di azzurri vini.
D'allora m'immersi nel poema del mare
lattescente e infuso d'astri, divorando
verdi azzurri, ove, rapito e livido flottare,
talvolta, discende un annegato pensando:
dove, le azzurrità a un tratto nel rossore
del giorno tingendo, ritmi lenti e deliri,
più forti dell' alcol, più vaste delle lire,
fermentano le vampe amare dell'amore!
Conosco i cieli in lampi squarciati, e le trombe,
risacche e correnti; la sera ho conosciuto,
l'Alba esaltata come stirpe di colombe,
e a volte ho veduto ciò che l'uomo ha creduto:
il sole basso macchiato di mistici orrori
vidi che, lunghi grumi viola come attori
di drammi più antichi, illuminava lontane
onde rotolanti in sussulti di persiane!
[…]
Siderali arcipelaghi ho veduto! ed isole
dai cieli deliranti aperti al vogatore:
– è in queste notti senza fondo che dormi ésule,
milioni d'aurei uccelli, o futuro Vigore? –
Ma troppo ho pianto. Le Albe sono tormenti,
tutti i soli atroci e tutte le lune amare:
l'acre amore mi gonfiò d'ebbri assopimenti.
O scoppi la mia chiglia! O m'inabissi in mare!
Se desidero un'acqua d'Europa, è la nera
e fredda pozza ove alla balsamica sera
un bimbo, accoccolato e triste, scioglie in viaggio
un'esile barca come farfalla a maggio.
Non posso più, onde! immerso nei vostri languori,
rubare il solco ai portatori di cotoni,
violare l'orgoglio dei vessilli e degli ori,
nuotare sotto gli occhi orrendi dei pontoni.
[12] Isidore Lucien Ducasse, conte di Lautréamont (1846-1870)
da LES CHANTS DE MALDOROR (dal canto primo)
[…]
Vieil Océan, aux vagues de cristal, tu ressembles proportionnellement à ces marques azurées que l'on voit sur le dos meurtri des mousses; tu es un immense bleu fait sur le corps de la terre : j'aime cette comparaison. Ainsi, à ton premier aspect, un souffle prolongé de tristesse, qu'on croirait être le murmure de ta brise suave, passe en laissant des ineffaçables traces, sur l'âme profondément ébranlée, et tu rappelles au souvenir de tes amants, sans qu'on s'en rende toujours compte, les rudes commencements de l'homme, où il fait connaissance avec la douleur qui ne le quitte plus. Je te salue, vieil Océan!
[…]
Vieil Océan, tu es le symbole de l'identité : toujours égal à toi-même. Tu ne varies pas d'une manière essentielle, et si tes vagues sont quelque part en furie, plus loin, dans quelqu'autre zone, elles sont dans le calme le plus complet. Tu n'es pas comme l'homme, qui s'arrête dans la rue pour voir deux boule-dogues s'empoigner au cou, mais qui ne s'arrête pas quand un enterrement passe; qui est ce matin accessible et ce soir de mauvaise humeur; qui rit aujourd'hui et pleure demain. Je te salue, vieil Océan!
[…]
Vieil Océan, ta grandeur matérielle ne peut se comparer qu'à la mesure qu'on se fait de ce qu'il a fallu de puissance active pour engendrer la totalité de ta masse. On ne peut pas t'embrasser d'un coup-d'œil. Pour te contempler, il faut que la vue se tourne par un mouvement continu vers les quatre points de l'horizon, de même qu'un mathématicien, afin de résoudre une équation algébrique, examine séparément les divers cas possibles avant de trancher la difficulté. L'homme mange des substances nourrissantes et fait d'autres efforts dignes d'un meilleur sort pour paraître gras. Qu'elle se gonfle tant qu'elle voudra, cette grenouille. Sois tranquille, elle ne t'égalera pas en grosseur; je le suppose du moins. Je te salue, vieil Océan!
[…]
Vieil Océan, les hommes, malgré l'excellence de leurs méthodes, ne sont pas encore parvenus, aidés par les moyens d'investigation de la science, à mesurer la profondeur vertigineuse de tes abîmes; tu en as que les sondes les plus longues, les plus pesantes ont reconnu inaccessibles. Aux poissons, ça leur est permis, pas aux hommes. Souvent je me suis demandé quelle chose était le plus facile à reconnaître : la profondeur de l'Océan ou la profondeur du cœur humain! Souvent, la main portée au front, debout sur les vaisseaux, tandis que la lune se balançait entre les mâts d'une façon irrégulière, je me suis surpris, faisant abstraction de tout ce qui n'était pas le but que je poursuivais, m'efforçant de résoudre ce difficile problème! Oui, quel est le plus profond, le plus impénétrable des deux, l'Océan ou le cœur humain? Si trente ans d'expérience de la vie peuvent jusqu'à un certain point pencher la balance vers l'une ou l'autre de ces solutions, il me sera permis de dire que, malgré la profondeur de l'Océan, il ne peut pas se mettre en ligne, quant à la comparaison sur cette propriété, avec la profondeur du cœur humain
[…]
Vieil Océan, ô grand célibataire, quand tu parcours la solitude solennelle de tes royaumes flegmatiques, tu t'enorgueillis à juste titre de ta magnificence native, et des éloges vrais que je m'empresse de te donner. Balancé voluptueusement par les molles effluves de ta lenteur majestueuse, qui est le plus grandiose parmi les attributs dont le souverain pouvoir t'a gratifié, tu déroules, au milieu d'un sombre mystère, sur toute ta surface sublime, tes vagues incomparables, avec le sentiment calme de ta puissance éternelle. Elles se suivent parallèlement, séparées par de courts intervalles. A peine l'une diminue, qu'une autre va à sa rencontre en grandissant, accompagnées du bruit mélancolique de l'écume qui se fond, pour nous avertir que tout est écume. (Ainsi les êtres humains, ces vagues vivantes, meurent l'un après l'autre d'une manière monotone; mais sans laisser de bruit écumeux). L'oiseau de passage se repose sur elles avec confiance, et se laisse abandonner à leurs mouvements pleins d'une grâce fière, jusqu'à ce que les os de ses ailes aient recouvré leur vigueur accoutumée pour continuer le pèlerinage aérien. Je voudrais que la majesté humaine ne fût que l'incarnation du reflet de la tienne; je demande beaucoup. Ce souhait sincère est glorieux pour toi. Ta grandeur morale, image de l'infini, est immense comme la réflexion du philosophe, comme l'amour de la femme, comme la beauté divine de l'oiseau, comme les méditations du poète. Tu es plus beau que la nuit. Réponds-moi, Océan, veux-tu être mon frère?
Isidore Lucien Ducasse, conte di Lautréamont
da CANTI DI MALDOROR (traduzione di Ivos Margoni)
[…]
Vecchio oceano dalle onde di cristallo, tu somigli proporzionalmente a quei segni bluastri che si vedono sul dorso straziato dei mozzi; tu sei un immenso livido apposto sul corpo della terra: il paragone mi piace. Così, al tuo primo apparire, un lungo soffio di tristezza che si potrebbe prendere per il mormorio della tua brezza soave, passa, lasciando ineffabili tracce, sull'anima profondamente scossa, e tu richiami alla memoria dei tuoi amanti, senza che se ne rendano sempre conto, i rudi inizi dell'uomo, quand'egli fa conoscenza col dolore, che non l'abbandona più. lo ti saluto, vecchio oceano!
[…]
Vecchio oceano, tu sei il simbolo dell’identità: sempre uguale a te stesso. Non vari in modo essenziale, e se le tue onde sono infuriate in un luogo, più lontano, in qualche altra zona, esse sono nella calma più completa. Non sei come l’uomo che si ferma per via a vedere due mastini agguantarsi per il collo, ma non si ferma quando passa un funerale; che la mattina è affabile e la sera scorbutico; che oggi ride e domani piange. Io ti saluto, vecchio oceano!
[…]
Vecchio oceano; la tua grandezza materiale può paragonarsi soltanto alla misura congetturabile della potenza attiva che è stata necessaria per generare la totalità della tua mole. Non ti si può abbracciare con una sola occhiata. Per contemplarti, la vista deve girare il suo telescopio, con movimento continuo, verso i quattro punti dell'orizzonte, così come un matematico, per risolvere un'equazione algebrica, è obbligato a esaminare separatamente i vari casi possibili, prima di risolvere la difficoltà. L'uomo mangia sostanze nutrienti e fa altri sforzi, degni di miglior sorte, per sembrare grasso. Si gonfi a volontà, quest'adorabile ranocchia. Sta' tranquillo, non uguaglierà la tua grossezza; almeno, lo suppongo. lo ti saluto, vecchio oceano!
[…]
Vecchio oceano, gli uomini, malgrado l'eccellenza dei loro metodi, non sono ancora riusciti, nemmeno con l'ausilio dei mezzi d'investigazione della scienza, a misurare la vertiginosa profondità dei tuoi abissi; tu ne hai alcuni che sono stati riconosciuti inaccessibili dagli scandagli più lunghi, più pesanti. La cosa è permessa... ai pesci: non agli uomini. Mi sono chiesto, spesso, che cosa fosse più facile da esplorare: la profondità dell'oceano o la profondità del cuore umano! Spesso, con la mano alla fronte, ritto sui vascelli, mentre la luna si dondolava in modo irregolare fra gli alberi, mi sono sorpreso, facendo astrazione da tutto ciò che non fosse lo scopo che perseguivo, a sforzarmi di risolvere questo difficile problema. Sì, chi dei due è più profondo, più impenetrabile: l'oceano o il cuore umano? Se trent'anni d'esperienza della vita possono fino a un certo punto far piegare la bilancia verso l'una o l'altra di queste soluzioni, mi sarà lecito dire che, nonostante la sua profondità, l'oceano non può essere messo in linea, in un confronto riguardante quella proprietà, con la profondità del cuore umano.
[...]
Vecchio oceano, grande scapolo, quando percorri la solenne solitudine dei tuoi regni flemmatici, t'inorgoglisci a buon diritto della tua magnificenza nativa e degli elogi veri che m'affretto a farti. Cullato voluttuosamente dai molli effluvi della tua maestosa lentezza, che è il più grandioso fra gli attributi di cui t'ha gratificato il potere supremo, tu dispieghi, in mezzo a un oscuro mistero, su tutta la tua sublime superficie, le onde impareggiabili, con la calma coscienza della tua eterna potenza. Si susseguono parallelamente, separate da brevi intervalli. Appena una diminuisce, un'altra le va incontro ingrossandosi, accompagnate dal malinconico rumore della schiuma che si scioglie per avvertirci che tutto è schiuma. (Così, gli esseri umani, onde vive, muoiono uno dopo l'altro, monotonamente; ma senza lasciare rumore di schiuma). L'uccello di passaggio si riposa fiducioso di esse e s'abbandona ai loro movimenti, pieni di graziosa fierezza, finché le ossa delle sue ali abbiano riacquistato il vigore consueto per proseguire l'aereo pellegrinaggio. Io vorrei che la maestà umana non fosse che l'incarnazione del riflesso della tua. È chieder molto, e questo sincero auspicio è glorioso per te. La tua grandezza morale, immagine dell'infinito, è immensa come la riflessione del filosofo, come l'amore della donna, come la divina bellezza dell'uccello, come le meditazioni del poeta. Tu sei più bello della notte. Rispondimi, oceano, vuoi essermi fratello?
[13] Paul Valéry (1871-1945)
da LE CIMETIÈRE MARIN (strofe I-IV, X, XIII-XIV 1-3, XXII-XXIV)
Ce toit tranquille, où marchent des colombes,
Entre les pins palpite, entre les tombes;
Midi le juste y compose de feux
La mer, la mer, toujours recommencée
Ô récompense après une pensée
Qu’un long regard sur le calme des dieux!
Quel pur travail de fins éclairs consume
Maint diamant d’imperceptible écume,
Et quelle paix semble se concevoir!
Quand sur l’abîme un soleil se repose,
Ouvrages purs d’une éternelle cause,
Le Temps scintille et le Songe est savoir.
Stable trésor, temple simple à Minerve,
Masse de calme, et visible réserve,
Eau sourcilleuse, Œil qui gardes en toi
Tant de sommeil sous un voile de flamme,
Ô mon silence!… Édifice dans l’âme,
Mais comble d’or aux mille tuiles, Toit!
Temple du Temps, qu’un seul soupir résume,
À ce point pur je monte et m’accoutume,
Tout entouré de mon regard marin;
Et comme aux dieux mon offrande suprême,
La scintillation sereine sème
Sur l’altitude un dédain souverain.
[…]
Fermé, sacré, plein d’un feu sans matière,
Fragment terrestre offert à la lumière,
Ce lieu me plaît, dominé de flambeaux,
Composé d’or, de pierre et d’arbres sombres,
Où tant de marbre est tremblant sur tant d’ombres;
La mer fidèle y dort sur mes tombeaux!
[…]
Les morts cachés sont bien dans cette terre
Qui les réchauffe et sèche leur mystère.
Midi là-haut, Midi sans mouvement
En soi se pense et convient à soi-même…
Tête complète et parfait diadème,
Je suis en toi le secret changement.
Tu n’as que moi pour contenir tes craintes!
Mes repentirs, mes doutes, mes contraintes
Sont le défaut de ton grand diamant… […]
Non, non!… Debout! Dans l’ère successive!
Brisez, mon corps, cette forme pensive!
Buvez, mon sein, la naissance du vent!
Une fraîcheur, de la mer exhalée,
Me rend mon âme… Ô puissance salée!
Courons à l’onde en rejaillir vivant!
Oui! Grande mer de délires douée,
Peau de panthère et chlamyde trouée,
De mille et mille idoles du soleil,
Hydre absolue, ivre de ta chair bleue,
Qui te remords l’étincelante queue
Dans un tumulte au silence pareil,
Le vent se lève!… Il faut tenter de vivre!
L’air immense ouvre et referme mon livre,
La vague en poudre ose jaillir des rocs!
Envolez-vous, pages tout éblouies!
Rompez, vagues! Rompez d’eaux réjouies
Ce toit tranquille où picoraient des focs!
Paul Valéry
da IL CIMITERO MARINO (traduzione di Fiorando Gabbrielli)
Quel tetto quieto, corso da colombe,
In mezzo ai pini palpita, alle tombe;
Mezzodì il giusto in fuochi vi ricrea
II mare, il mare, sempre rinnovato!
Che ristoro a un pensiero è un lungo sguardo
Posato sulla calma degli dèi!
Che fine luccichìo tesse e consuma
Tanti diamanti d’impalpabil schiuma,
E quale pace sembra in gestazione!
Quando un sole si posa sull’abisso,
Opere pure d’un principio fisso,
Scintilla è il Tempo e il Sogno cognizione.
Saldo tesoro, spoglia ara a Minerva,
Massa di calma, e limpida riserva,
Acqua accigliata, Occhio che in te serbi
Così gran sonno sotto un vel di fiamma,
O mio silenzio!... Edificio nell’anima,
Ma colmo d’oro in mille embrici, Tetto!
Tempio del Tempo, che un sospir riassume,
Salgo e m’abituo a questo puro punto,
Circondato dal mio sguardo marino;
E come estrema offerta mia agli dèi,
Dissemina lo scintillio sereno
Sull’altitudine un sovrano sdegno.
[…]
Sacro recinto a un fuoco che non brucia,
Scheggia terrestre offerta alla luce,
Questo luogo mi piace, irto di fiaccole,
Composto d’oro, pietra, alberi scuri,
Tanto di marmo trema su tante ombre;
E il mar che dorme, sopra le mie tombe!
[…]
Son ben nascosti i morti in questa terra
Che li riscalda e asciuga il lor mistero.
Mezzogiorno, lassù, non si dà pena:
In sé si pensa e si confà a se stesso...
Testa completa e perfetto diadema,
Io sono in te il segreto cambiamento.
Non hai che me di fronte ai tuoi timori!
I miei ritegni, i dubbi, i pentimenti
Sono il difetto del tuo gran diamante... […]
No, no!... Sveglia! Nell’era successiva!
Spezza, corpo, quest’aura riflessiva!
Bevi, petto, la nascita del vento!
Una freschezza, dal mare esalata,
Mi rende l’anima... O forza salata!
Corriamo all’onda, a uscirne via vivendo!
Sì, mare grande! Immensità invasata,
Pelle di pardo e clamide bucata
Da mille e mille idoli solari,
Idra assoluta, in te stessa baccante,
Che ti mordi la coda scintillante
In un’orgia di blu al silenzio pari.
S’alza il vento... Bisogna osar di vivere!
L’aria immensa apre e chiude il mio quaderno,
Fra le rocce osa l’onda, e si frantuma!
Volate via, pagine accecate!
Rompete, flutti, di festose ondate,
Quel quieto tetto in cui beccavan fiocchi!
[14] Gabriele D’Annunzio (1867-1938)
MERIGGIO (da Alcyone)
A mezzo il giorno
sul Mare etrusco
pallido verdicante
come il dissepolto
bronzo dagli ipogei, grava
la bonaccia. Non bava
di vento intorno
alita. Non trema canna
su la solitaria
spiaggia aspra di rusco,
di ginepri arsi. Non suona
voce, se ascolto.
Riga di vele in panna
verso Livorno
biancica. Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l’isola del Faro
scorgo; e più lontane,
forme d’aria nell’aria,
l’isole del tuo sdegno,
o padre Dante,
la Capraia e la Gorgóna.
Marmorea corona
di minaccevoli punte,
le grandi Alpi Apuane
regnano il regno amaro,
dal loro orgoglio assunte.
La foce è come salso
stagno. Del marin colore,
per mezzo alle capanne,
per entro alle reti
che pendono dalla croce
degli staggi, si tace.
Come il bronzo sepolcrale
pallida verdica in pace
quella che sorridea.
Quasi letèa,
obliviosa, eguale,
segno non mostra
di corrente, non ruga
d’aura. La fuga
delle due rive
si chiude come in un cerchio
di canne, che circonscrive
l’oblìo silente; e le canne
non han susurri. Più foschi
i boschi di San Rossore
fan di sé cupa chiostra;
ma i più lontani,
verso il Gombo, verso il Serchio,
son quasi azzurri.
Dormono i Monti Pisani
coperti da inerti
cumuli di vapore.
Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L’Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta è ogni traccia
dell’uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m’abbandona.
Non ho più nome.
E sento che il mio vólto
s’indora nell’oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con sì delicato
lavoro dall’onda
e dal vento è come
il mio palato, è come
il cavo della mia mano
ove il tatto s’affina.
E la mia forza supina
si stampa nell’arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume è la mia vena,
il monte è la mia fronte,
la selva è la mia pube,
la nube è il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca
del ginepro: io sono nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho più nome.
E l’alpi e l’isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch’io nomai
non più l’usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho più nome né sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
è Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.
E la mia vita è divina.
[15] Thomas Stearns Eliot (1888-1965)
DEATH BY WATER (da The Waste Land)
Phelbas the Phoenician, a fortnight dead,
Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell
And the profit and loss.
A current under sea.
Picked his bones in whispers. As he rose and fell
He passed the stages of his age and youth
Entering whirpool.
Gentile or Jew.
O you who turn the wheel and look to windward,
Consider Phlebas, who was once handsome and tall as you.
Thomas Stearns Eliot
LA MORTE PER ACQUA (da La terra desolata, traduzione di Mario Praz)
Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni,
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare,
E il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina.
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
Entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo
O tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento
Pensa a Fleba, che un tempo fu bello e ben fatto al pari di te.
[16] Eugenio Montale (1896-1981)
LÀ FUORESCE IL TRITONE (da Ossi di seppia)
Portovenere
Là fuoresce il Tritone
dai flutti che lambiscono
le soglie d’un cristiano
tempio, ed ogni ora prossima
è antica. Ogni dubbiezza
si conduce per mano
come una fanciulletta amica.
Là non è chi si guardi
o stia di sé in ascolto.
Quivi sei alle origini
e decidere è stolto;
ripartirai più tardi
per assumere un volto.
[17] Eugenio Montale
RIVIERE (da Ossi di seppia)
Riviere,
bastano pochi stocchi d'erbaspada
penduli da un ciglione
sul delirio del mare;
o due camelie pallide
nei giardini deserti,
e un eucalipto biondo che si tuffi
tra sfrusci e pazzi voli
nella luce;
ed ecco che in un attimo
invisibili fili a me si asserpano,
farfalla in una ragna
di fremiti d'olivi, di sguardi di girasoli.
Dolce cattività, oggi, riviere
di chi s'arrende per poco
come a rivivere un antico giuoco
non mai dimenticato.
Rammento l'acre filtro che porgeste
allo smarrito adolescente, o rive:
nelle chiare mattine si fondevano
dorsi di colli e cielo; sulla rena
dei lidi era un risucchio ampio, un eguale
fremer di vite,
una febbre del mondo; ed ogni cosa
in se stessa pareva consumarsi.
Oh allora sballottati
come l'osso di seppia dalle ondate
svanire a poco a poco;
diventare
un albero rugoso od una pietra
levigata dal mare; nei colori
fondersi dei tramonti; sparir carne
per spicciare sorgente ebbra di sole,
dal sole divorata...
Erano questi,
riviere, i voti del fanciullo antico
che accanto ad una rosa balaustrata
lentamente moriva sorridendo.
Quanto, marine, queste fredde luci
parlano a chi straziato vi fuggiva.
Lame d'acqua scoprentisi tra varchi
di labili ramure; rocce brune
tra spumeggi; frecciare di rondoni
vagabondi...
Ah, potevo
credervi un giorno o terre,
bellezze funerarie, auree cornici
all'agonia d'ogni essere.
Oggi torno
a voi più forte, o è inganno, ben che il cuore
par sciogliersi in ricordi lieti – e atroci.
Triste anima passata
e tu volontà nuova che mi chiami,
tempo è forse d'unirvi
in un porto sereno di saggezza.
Ed un giorno sarà ancora l'invito
di voci d'oro, di lusinghe audaci,
anima mia non più divisa. Pensa:
cangiare in inno l'elegia; rifarsi;
non mancar più.
Potere
simili a questi rami
ieri scarniti e nudi ed oggi pieni
di fremiti e di linfe,
sentire
noi pur domani tra i profumi e i venti
un riaffluir di sogni, un urger folle
di voci verso un esito; e nel sole
che v'investe, riviere,
rifiorire!
[18] Eugenio Montale
ANTICO, SONO UBRIACATO
da Mediterraneo (da Ossi di seppia)
Antico, sono ubriacato dalla voce
ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane
t'era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l'aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m'hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d'ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
[19] Eugenio Montale
GIUNGE A VOLTE
da Mediterraneo (da Ossi di seppia)
Giunge a volte, repente,
un’ora che il tuo cuore disumano
ci spaura e dal nostro si divide.
Dalla mia la tua musica sconcorda
allora, ed è nemico ogni tuo moto.
In me ripiego, vuoto
di forze, la tua voce pare sorda.
M’affisso nel pietrisco
che verso te digrada
fino alla ripa acclive che ti sovrasta,
franosa, gialla, solcata
da strosce d’acqua piovana.
Mia vita è questo secco pendio,
mezzo non fine, strada aperta a sbocchi
di rigagnoli, lento franamento.
È dessa, ancora, questa pianta
che nasce dalla devastazione
e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa
fra erratiche forze di venti.
Questo pezzo di suolo non erbato
s’è spaccato perché nascesse una margherita.
In lei tìtubo al mare che mi offende,
manca ancora il silenzio nella mia vita.
Guardo la terra che scintilla,
l’aria è tanto serena che s’oscura.
E questa che in me cresce
è forse la rancura
che ogni figliolo, mare, ha per il padre.
[20] Franco Fortini (1917-1994)
STANOTTE (da Composita solvantur)
Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sotto casa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di viscere viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
E non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.
[21] Elio Pagliarani (1927)
A TRATTA SI TIRANO (da La ballata di Rudi, 1995)
A tratta si tirano le reti a riva è il lavoro dei braccianti del mare
la squadra sono rimasti i vecchi vecchi che hanno sempre fatto
quel lavoro perché una volta non ce n'era molto di lavoro
da scegliere e vecchi che gli è rimasto soltanto quello di lavoro che dormono in piedi
he mangiano in piedi tirando la corda
Baiuchela se piove che abbia vicino la sposa
a tenergli l'ombrello intanto che è scalzo nell'acqua di mare
si tendono
i nervetti delle gambe si indietreggia ancheggiando in ritmo corale ci si posta di fianco
la corda tesa come un elastico il fianco legato al crocco il tempo di ballo la schiena
tira da sola legati col crocco alla corda si mangia si dorme al lavoro si balla
una danza notturna di schiavi legati alla corda propiziatoria del frutto
dopo la corda
la rete dove il raccolto guizza nel fondo
dice che è possibile ogni volta
pescarne quintali, che l'ostinazione è quella, quella pescata quella notte a Classe
che rinnova delusione senza rassegnazione che non ha senso pensare
che s'appassisca il mare
rassegnazione al peggio non è rassegnazione è prepotenza
se hai la coscienza di figurarlo il peggio
c'è la diga che taglia la corrente
cambia d'ordine ai depositi di sabbia
perciò quando Nandi dice butta giù bisogna buttarle giù subito
le reti e girare quando dice gira e scendere quando dice di scendere e fare l'arco
quel numero preciso di metri che dice lui
c'è la speranza che li tiene in gabbia
di pescare tutte le sbornie dell'inverno in una sola volta
c'è la matematica
di Nandi, piuttosto, che fa le medie con la luna
Carlo insiste che hanno gusto
a guardare nella rete ogni volta quando si accosta a riva e fanno luce
nervosa intermittente i pesci con i salti presi dentro
ma non va creduto
Nandi
i proverbi dei vecchi è tutto niente si tratta di sequenze il cielo la marina non gli importa niente dice e passa in rassegna il mare mattina e sera per nove chilometri dall'Ottocento
senza fare mai previsioni sul tempo
adesso che si affoga nella roba
e Togna che dirà che disse mangiala
te Signore lassù che io sono stufo
buttando in aria un piatto di minestra
d'erbe, che dirà se vivrà sotto terra
so che non vive, stia calma non sorrida, ma che grida è certo
dalla mia bocca finché ancora campo.
Tutte le notti ancora degli uomini
si conciliano il sonno
lustrando coltelli che luccicano
dormono coi pugni stretti
si svegliano coi segni sanguigni delle unghie
sulle palme delle mani.
E invece ha senso pensare che s’appassisca il mare.
A cura di Nerio Rosa
per il Servizio Stampa e Propaganda della
Banca Tercas Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo Spa
fotografie
Mimmo Jodice
collaborazione alle riprese
Cleto Di Giustino, Antonio Monaco
testo
Pietro Cataldi
collaborazione al reperimento e alla selezione dei brani
Floriana d'Amely
redazione
Barbara Di Paolantonio, Raffaella Benguardato
progetto grafico
Ginette Caron, Michele Reginaldi
selezione e postproduzione delle immagini
Fasertek, Bologna
stampa
Poligrafica Mancini, Sambuceto
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